Feminist Blog Camp Report Cedaw rapporto ombra (Spinelli)

La Cedaw è la convezione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (http://www.un.org/womenwatch/daw/cedaw/). L’Italia l’ha ratificata nel 1985 e con la ratifica le norme della convenzione sono entrate a far parte del nostro ordinamento giuridico come fonti primarie. L’implementazione della Cedaw è garantita dalla presenza di un comitato a cui gli stati ratificanti (tutti tranne USA e IRAN) ogni quattro anni, devono sottoporre un rapporto in cui descrivono le azioni intraprese per l’eliminazione delle discriminazioni nei confronti delle donne. L’azione degli stati deve essere “positiva” nel senso che deve essere volta ad assicurare alle donne il godimento effettivo di tutti i diritti elencati nella convenzione. Ciò significa che lo stato deve fare anche un lavoro di tipo culturale volto al l’eliminazione del patriarcato.

La CEDAW è per lo più sconosciuta in Italia agli addetti del settore che siano tribunali o istituti di parità.
Una volta presentato il rapporto la Commissione lo esamina e predispone delle raccomandazioni che forniranno agli stati le linee guida per l’azione dei successivi quattro anni.  La cosa interessante di questa convenzione è la possibilità d’intervento prevista per la società civile attraverso lo strumento del rapporto ombra. Il rapporto ombra è un contro rapporto in cui associazioni e movimenti presentano i loro dati fornendo un’immagine dell’operato dello stato spesso sostanzialmente diversa da quella ufficiale.  In Italia il primo rapporto ombra è stato presentato nel 2011 (http://gdcedaw.blogspot.it/?m=0). Anche in seguito a questo rapporto l’ONU ha cominciato a parlare di femminicidio in relazione all’Italia. Le raccomandazioni del comitato CEDAW per molti anni non sono mai neanche state tradotte. Ma la conoscenza della Convenzione è importante perché richiama lo stato alle proprie responsabilità, allarga la sfera di legittimazione delle rivendicazioni dei movimenti e le rende comprensibili ad un pubblico più ampio. Inoltre  può impedire che le discussioni legislative in materia scadano dal piano dei diritti fondamentali a quello dei valori.
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