La cultura della sopraffazione…

Domenica mattina L’Aquila si è svegliata con una notizia agghiacciante. In piena notte, all’uscita di una discoteca, una ragazza di vent’anni è stata ritrovata nella neve, sanguinante e semiassiderata. Ha subito uno stupro ferocissimo, che le ha procurato ferite molto gravi, e per questo hanno dovuto operarla ed è ancora ricoverata in ospedale. Era solo uscita per andare a ballare, ma ha incontrato qualcuno che l’ha usata come carne da macello.

Immediatamente nella zona viene fermato un uomo. E’ sporco di sangue, ammette di aver avuto rapporti con la ragazza ma sostiene che lei fosse consenziente. “Lei ci stava” insomma, ci stava talmente da ritrovarsi pestata e gettata in mezzo alla neve.

Ora, direte voi, questo individuo quantomeno sospetto sarà indagato, se non già in carcere o agli arresti domiciliari.

Questo ci si aspetta dopo che in molti, tristi casi di questo genere degli ultimi anni i sospettati – rumeni, albanesi, magrebini – sono stati prontamente acciuffati e condannati all’istante dalla stampa – sbattendo in prima pagina le loro facce – magari prima ancora che da un tribunale.

E invece no, stavolta no. Perché stavolta il sospettato non è un extracomunitario, non vive in un campo nomadi, non è un clandestino; è un maschio bianco, italico e cattolico, ed è in servizio come militare a L’Aquila. Insomma, un pilastro della nostra società. E allora succede che gli inquirenti sono “molto cauti”, la stampa è delicatissima, i colleghi Carabinieri coprono le indagini “con il massimo riserbo”. Inoltre, assieme al militare sono stati fermati altri due uomini, militari anche loro. La gravità delle ferite sul corpo della vittima fa pensare ad uno stupro di gruppo.

Consideriamo il garantismo un valore, non ci appartiene la logica del “tutti al gabbio” e lungi da noi voler trovare un capro espiatorio. Ma ci chiediamo, e non possiamo farne a meno: come mai, davanti ad indizi così pesanti (li ricordiamo: il sangue sui vestiti e l’ammissione di aver avuto rapporti con la vittima), la Procura ha aspettato diversi giorni per avviare l’indagine?

Come mai questa disparità di trattamento da parte di magistratura e forze dell’ordine, rispetto ad altri casi di violenza sessuale in cui i sospettati erano stranieri?

Forse perché un colpevole militare non fa comodo, non lo si può demonizzare, stride con la fanfara dei soldati “eroi”? Forse perché la mentalità militare alimenta una (non)cultura muscolare e maschilista, diffusa ben oltre le caserme, che legittima né più e né meno ogni abuso sulle donne, ma questo non si deve dire e invece fa più comodo prendersela sempre con gli immigrati?

Forse perché a L’Aquila l’Esercito, che da quasi tre anni ormai presidia le strade del nostro centro storico – il che concretamente poi consiste nell’ostacolare le cittadine e i cittadini che vogliono passeggiare nella loro città, magari tra le loro case in cui non possono tornare – è considerato una categoria intoccabile perché serve a tenere sotto controllo una situazione sociale sempre più tesa, e bisogna quindi tutelarne “il buon nome” a tutti i costi, anche passando (per la seconda volta) sul corpo di una ragazza violentata?

Chi stupra non può mai avere attenuanti, siano queste il colore della pelle o una condizione disagiata. Può avere però delle aggravanti: ad esempio, ricoprire il ruolo di “tutore dell’ordine”.

Così come è grave, gravissimo, che altri “tutori dell’ordine”, in questo caso Carabinieri e magistrati che indagano, sempre pronti a sbandierare fermezza e “tolleranza zero” contro chi scende in piazza o contro gli immigrati, siano ora così timidi nel cercare il colpevole di una violenza orrenda, magari per non mettere in imbarazzo l’Esercito.

Noi, aquilane e aquilani del 2012, abbiamo il compito storico di ricostruire la nostra città; non solo le case, ma anche e forse per prima cosa il tessuto sociale e culturale. E per farlo dobbiamo scegliere accuratamente le nostre priorità e i nostri valori di riferimento.

Pensiamo sia una priorità che la vittima di uno stupro sia difesa a oltranza, dalle Istituzioni ma prima ancora dalla comunità intera, chiunque sia lo stupratore e qualunque grado ricopra.

Pensiamo sia una priorità ricostruire una città a misura di donna, in cui la sicurezza di tutte e tutti sia garantita dal rispetto e della solidarietà reciproci, invece che da una presenza militare dai lati evidentemente pericolosi.

Consideriamo come un valore irrinunciabile la trasparenza nell’operato delle Istituzioni, anche e soprattutto in indagini come queste, il rispetto di ogni corpo e di ogni identità sessuale o culturale.

Respingiamo dalla nostra città, non solo dalle strade ma anche dalle case e dalle famiglie, ogni traccia di cultura della sopraffazione, sessuale, razziale o di qualsiasi forma.

Lavoriamo tutte e tutti insieme per sostenere in ogni modo la ragazza che ha subito un’offesa così atroce, affinché questo non accada mai più.

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